Un ulteriore tassello è stato “incastrato”nel mosaico della tutela del Made in Italy, con l’approvazione del Ddl “Reguzzoni- Versace- Calearo” in seno alla Camera. Il testo del disegno di legge – recante: “Disposizioni concernenti la Commercializzazione di prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri” – ha
seguito un iter piuttosto veloce. Presentato alla Camera dei Deputati il 20 luglio 2009 su proposta del parlamentare Reguzzoni, è stato approvato l’11 dicembre con una maggioranza molto alta (543 voti a favore, uno solo contrario, e due astenuti).
Adesso manca solo l’avallo della seconda Camera perché il suo iter sia completato.
Ma come ha sostenuto Paolo Zegna,Vicepresidente di Confindustria - sentito nel corso di una audizione tenutasi al Senato - il passaggio necessario e propedeutico al secondo dibattito parlamentare dovrebbe essere la notifica del ddl alla UE, perché gli Organi competenti possano verificarne la compatibilità con il complessivo ordinamento europeo. Senza tale Comunicazione si rischierebbe di vanificare quanto già fatto, nel caso di contrasto con una qualche norma di livello comunitario; si rischierebbe la non applicabilità della legge.
Ma vediamo più da vicino cosa stabilisce la proposta di legge.
Intanto l’obbligo di apporre una etichettatura sui prodotti del settore tessile, della pelletteria e delle calzature, che indichi ove si sono svolte le varie fasi di produzione e ne garantisca la tracciabilità. In altri termini, la dicitura : “Made in Italy” sarà applicata solo a quei prodotti per i quali almeno due fasi di lavorazione siano state realizzate in Italia. In questo caso, però deve essere possibile verificare i “ percorsi” che il prodotto ha seguito nelle restanti fasi.
Ma non è tutto, il ddl prevede per la prima volta che nell’etichetta siano indicate “Informazioni specifiche sulla conformità dei processi di lavorazione alle norme vigenti in materia di lavoro, sulla certificazione di igiene e di sicurezza dei prodotti, sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sul rispetto della normativa europea e sul rispetto degli accordi internazionali in materia ambientale”.
Quale l’obiettivo sotteso? Quale la ratio?
In un contesto di criticità in cui il nostro Export crolla al -20,7 %, l’obiettivo principe non può che essere il rilancio del “marchio italiano” e una sua nuova collocazione nel mercato globale attraverso:
- La lotta alla contraffazione;
- L’inibizione alla delocalizzazione.
Quanto al primo punto, la questione è quella delle varie truffe attuate semplicemente attraverso una etichettatura che spaccia per italiano un bene lavorato interamente all’estero, la cui sola fase di “packaging”sia stata effettuata in Italia (ad esempio un abito tagliato, cucito e realizzato in Cina, e “agghindato” in Italia con “addobbi” attraenti e… una etichetta “ Made In Italy”).
Il secondo riguarda il frequente utilizzo da parte di aziende italiane, di manodopera straniera con conseguente calo dell’occupazione nostrana.( ad esempio un abito tagliato in Italia, cucito e confezionato in Bulgaria e, infine, rifinito in Italia).
A questo punto la domanda che dovrebbero porsi i consumatori, ma anche le piccole aziende (come le c.d. botteghe sartoriali), che ancora riescono a sopravvivere lavorando esclusivamente in Italia, nonostante i loro costi di produzione siano più alti di chi delocalizza, è se un marchio italiano apposto su beni prodotti in Italia solo limitatamente a due fasi di produzione, sia idoneo a tutelare non solo la nostra economia, ma anche la nostra identità, la nostra cultura materiale, il nostro essere… Italiani !
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A cura di Enza Guagenti
















