Non ha avuto l’esito auspicato la riunione della direzione del PdL che si è svolta questa mattina presso l’auditorium della Conciliazione di Roma anzi, come lo stesso Fini riconosce, si tratta di una giornata di “svolta”.
Accetta il dissenso il premier ma da un esponente politico, non certo dal presidente della Camera che dovrebbe essere il simbolo di una maggioranza governativa.
Fini ha più volte ribadito che il problema è incentrato sulla politica da adottare, sulle misure per fronteggiare la crisi e che diventare “la fotocopia della Lega” come è successo al nord non gioverà certamente al paese. Il presidente della Camera, inoltre, concorda sulla necessità di portare avanti il federalismo fiscale ma tutto questo “va fatto tenendo i fermi i paletti della coesione sociale e dell'unità nazionale. Serve subito - aggiunge Fini – una commissione sul federalismo fiscale del Pdl con i governatori del sud e del nord per valutare i costi e i rischi”.
Ancora, in tema di coesione sociale, il presidente della camera sottolinea che l’idea verso la quale il PdL aveva intenzione di protendere era orientata al rispetto della dignità umana e in linea con la tesi del partito popolare europeo che contrastano da quelle della Lega.
Duri attacchi anche per la riforma della giustizia che, secondo l’ex An, non coincide con il processo breve: “era un'amnistia mascherata – denuncia - e allora mi (rivolto a Berlusconi) devi dire che cosa c'entra poi la riforma della giustizia se poi passano messaggi del genere”.
Da adesso, all’interno del partito ci sarà una maggioranza e una minoranza e il tutto patrocinato dai quei due cofondatori che qualche anno fa avevano costituito un partito in cui erano confluite, in modo democratico, più forze politiche. Adesso, secondo il parere del Presidente della Camera non si può parlare nemmeno di partito ma di “centralismo carismatico” di una persona che riesce a muovere le fila di tutto. Adesso nessuno potrà fingere di non riconoscere una minoranza dissenziente che rifiuta che le scelte più importanti siano delegate al governo senza alcuna discussione interna al partito.
Un confronto, quello di questa mattina, che poco lascia all’immaginazione e molto all’astio che da tempo aleggiava – ma non scoppiava – tra i due leader politici compresa già dalle prime battute pronunciate da Gianfranco Fini: “Non credo che la libertà di opinione possa rappresentare il venir meno alla lealtà all'interno del Pdl solo perché si danno indicazioni diverse da quelle che vanno per la maggiore”.
Silvio Berlusconi, certamente, non poteva restare inerme a quelle pesanti accuse che, una dopo l’altra venivano fuori dal suo (si potrebbe dire ex) collega di partito e ribatte subito dopo affermando che dal dialogo di martedì erano emerse differenti problematiche e invita Fini ad abbandonare la Presidenza della Camera se non si sente più una rappresentaza della maggioranza.

















