Gli studiosi di psicologia delle organizzazioni e psicologia di moda hanno riscontrato che “l’abito da lavoro” è un indumento utile non soltanto per proteggere la persona ma anche per “identificare” il
soggetto come membro di un’organizzazione e, al contempo, “differenziarlo” da chi è estraneo al proprio gruppo di appartenenza. Non è un caso, infatti, che si definiscono tali indumenti anche come “divisa” (dalla separazione dagli altri) o “uniforme” (per accomunarlo).
L’abito da lavoro, però, al contempo crea malumori tra i dipendenti che si ritrovano ad indossare ogni giorno sempre lo stesso indumento che, spesso, non è nemmeno gradevole.
Una soluzione ideale per sollevare l’umore dei propri dipendenti, è quello di scegliere degli abiti che siano gradevoli alla vista e che varino nei colori e nelle fantasie periodicamente.
E’ prassi quasi consolidata che le commesse e i commessi dei negozi indossino a lavoro indumenti della collezione che stanno attualmente vendendo, questa tecnica non è soltanto utile per il merchandiser ma anche per migliorare il senso di appartenenza del dipendente.
Il “primo” abito da lavoro indossato dalla maggior parte degli individui è il grembiule che si indossa a scuola (e che qualche anno fa è stato oggetto di discussione perché il Ministro Gelmini intendeva reintrodurlo in tutte le scuole).
Se tale indumento è un fenomeno sociale allora come tale deve essere trattato e analizzato. E’ ciò che hanno fatto gli studenti del primo anno del Corso di Studi in Design della Moda del Politecnico di Milano che hanno avviato un progetto, durante il corso integrato Laboratorio di Teorie e Pratiche del Progetto, che è al contempo curioso e interessante.
Dopo aver studiato il costume come “pezzo di tessuto o di pelle che
protegge la persona che lo indossa” e le sue origini storiche come “indumento da lavoro esistente fin dal principio della storia dell’umanità è divenuto con il tempo una consuetudine negli usi e costumi delle tribù nomadi e poi stanziali” gli studenti sono passati dalla teoria all’azione.
Più di 150 studenti, lunedì 21 giugno 2010, alle ore 11.00, sfileranno per le strade di Bovisa (dal Politecnico Campus Bovisa, in via Durando 10, fino alla Triennale BVS) indossando i loro abiti “furbi”. Si tratta di uno sviluppo del concetto di grembiule interpretato dai giovani stilisti politecnici.
Coordinati dai proff. Helen Bachman-Field, Michela Solari, Cristiana Seassaro, Colomba Leddi, Roberto de Paolis con la partecipazione straordinaria di Benedetta Barzini ed il contributo di Almira Sadar quale visiting lecturer, gli studenti hanno scelto quale campo di indagine progettuale l’abito polifunzionale “furbo”.
Dal comunicato stampa si legge che “il grembiule si trasforma. Dalla casacca neoclassica alla gonna tubino, dall’abito plissé al mantello frastagliato, riprendendo spunti dalla divisa dell’operaio quanto dalla tuta futurista di Thayaht, dalle sperimentazioni geometriche cubiste agli effetti offerti dall’impiego di tecnologie al taglio laser o alla stampa ink-jet su tessuto”.
Pratico, universale, versatile, polifunzionale, di semplice utilizzo: questo il fil rouge dei 150 modelli progettati dagli studenti in gruppo nella fase di definizione del mood e successivamente sviluppato individualmente nell’elaborazione del concept. Il grembiule è stato realizzato nei laboratori di modellistica per la moda del Campus Bovisa e finalizzato a esprimere una personale interpretazione dei diversi stili di abito.
Il progetto è stato arricchito dalle visite aziendali compiute nel distretto serico comasco e capace di coniugare creatività e potenzialità espressive dei materiali tessili offerti da aziende quali DuPont, Olimpias e Crespi 1797.
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