Incredibile e inaudito il “no” della FIOM all’accordo proposto dalla FIAT e firmato dalle altre associazioni sindacali. A dichiararlo Emma Marcegaglia dall'assemblea annuale di Confcommercio,
riprendendo quanto nei giorni scorsi aveva già affermato e ha rinnovato l’invito dei vertici delle tute blu a riflettere. La manovra, del resto, tende a far rientrare in Italia delle produzioni, una prassi inconsueta data la sempre maggiore propensione alla delocalizzazione.
Gli investimenti pronti ammontano a circa 700 milioni e prevedono la produzione della nuova Panda non più in Polonia ma a Pomigliano. La FIOM, però, ritiene che nell’accordo si deroghi a quanto prescritto nella Carta dei lavoratori e, quindi, richiude la sua penna e, ancora, rifiuta di firmare. Al Lingotto, quindi, non è rimasto che predisporre accordi separati, il primo è stato già convalidato da Fim, Uilm, Fismic e Ugl hanno firmato il nuovo documento; la scelta è scaturita dal fatto che, in questo momento di crisi, è l’unica soluzione che si possa adottare e che permetta di mantenere la produzione e garantire il sostentamento di molte famiglie.
Bisogna attendere adesso il referendum dei lavoratori il 22 giugno e comprendere perché tale accordo è “irricevibile”, “illegittimo” e ricorda un “ricatto”. La FIAT, ben consapevole del valore di tale intesa, vuole un plebiscito e Rocco Palombella, segretario della Uilm, ha invitato i lavoratori - ai quali è stata rimessa la decisione – a riflettere su “un’intesa che può in qualche modo ridurre anche i diritti, ma mantiene in piedi una fabbrica e non il contrario”.
Tutti contro le tute blu, quindi, dalla Presidente degli industriali ai Ministri Sacconi e Tremonti alle altre sigle sindacali. La domanda su cui verte tutta la questione è capire se sia giusto, in questo momento di crisi, cedere a compromessi soffocanti o rimanere fermi nelle proprie posizioni. Le sigle sindacali firmatarie hanno assicurato che non vengono lesi i diritti della persona ed eventuali sanzioni non sarebbero dell’individuo ma del sindacato; l’alternativa, del resto, è la chiusura e il fermo della produzione. Tutto o niente, quindi e la scelta va ai lavoratori la prossima settimana.
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