Occasionali, precari, senza tutele e garanzie: è questo il quadro che emerge dalla Terza conferenza nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori dei call center, tenutasi a Roma, con la partecipazione di Miceli, segretario del sindacato di categoria, e della Camusso, leader della Cgil.
Secondo i dati del "Quarto Rapporto sulla dinamica occupazionale nei call center in outsourcing", realizzato dal sindacato di categoria Sic Cgil, dopo gli oltre 8mila addetti che hanno perso il lavoro nell’ultimo biennio, nell'anno in corso si rischia una vera e propria ecatombe, con altri 13.000 addetti in bilico in tutta Italia, sui 67mila lavoratori in totale del settore. Una crisi, quella occupazionale dei call center, estesa a macchia di leopardo in tutta Italia. Secondo il sindacato di categoria, sono 1.800 i posti di lavoro a rischio in Lombardia, 1.600 in Piemonte, 350 in Veneto, 700 in Liguria, 450 in Emilia Romagna, 450 in Toscana, 230 nelle Marche, 1.100 nel Lazio. Non va meglio scendendo al Sud: 700 addetti a rischio in Abruzzo, 600 in Campania, 1.600 in Calabria, 480 in Basilicata, 1.100 in Puglia, 380 in Sardegna, e 1.450 in Sicilia. Si tratta per lo più di donne, giovani, meridionali, mediamente con una buona istruzione. In particolare, il 68% degli addetti ha un'età inferiore ai 40 anni, con un tasso di scolarizzazione superiore alla media (29% laureati, 54% diplomati); il 70,5% degli addetti è concentrato in regioni meridionali e insulari; il 67,9% è di sesso femminile. Questo è l’identikit del lavoratore medio italiano addetto nei call center, sempre più diviso tra precarietà e disperazione. Contratti part-time a 4 ore e a 650 euro, pochi diritti e quasi nessuna speranza per il futuro. Numeri che dimostrano quanto le eccessive delocalizzazioni e l’assenza di una vera e propria politica industriale per l’intera filiera delle telecomunicazioni abbiano apportato risultati negativi su tutto l’indotto, dove la crisi generale è aggravata da specifici fattori. «Si tratta un rapporto squilibrato tra le grandi aziende committenti e i call center in outsourcing, con gare al massimo ribasso e assegnazioni a valori anche inferiori ai costi minimi contrattuali e infrastrutturali; il venir meno di alcuni incentivi fiscali e previdenziali, che rendono difficile sostenere i conti economici delle aziende; l'assenza di una politica industriale per l'intera filiera delle telecomunicazioni e, infine, una nuova e massiccia fase di delocalizzazioni di attività, spinta e richiesta direttamente dai grandi committenti». A tali dichiarazioni, esposte dal sindacato di categoria, si affiancano quelle di Massimiliano Montesi, giovane addetto in un grande call center di Roma «Il part-time a 4 ore non è in grado di assicurarti una vita serena – sottolinea - Poi, c'è un secondo problema: l'incertezza. I call center in outsourcing sono legati ai committenti, quindi alle commesse date dai grandi operatori. Nel mio call center, ad esempio, ci sono 150 lavoratori impegnati in una commessa che adesso sta arrivando a scadenza, e quindi esiste il punto interrogativo sul futuro, perché si dovrà fare una gara per l'assegnazione della nuova commessa, con il rischio che non venga riassegnata al call center». E se a chiudere i battenti fosse un’azienda che ha beneficiato di finanziamenti pubblici? È quanto successo a Rosi, calabrese di Siderno, territorio "martoriato" dalle aziende “prendi e fuggi”, che oggi è in cassa integrazione in deroga. «L'azienda dove lavoravo - spiega a CorriereInformazione - ha sede legale a Parma, ed è arrivata in Calabria con i Por, i fondi comunitari destinati a colmare il divario occupazionale esistente con il resto del Paese. Ha percepito circa 3 milioni di euro promettendo alla Regione di creare lavoro stabile per 300 persone e poi invece ne ha assunte solo 68, che attualmente sono tutte in cassa integrazione». Un futuro, quello di Rosi, che accomuna tantissimi giovani e fa riflettere sull’illegalità e il lavoro nero sommerso. «Dopo due anni di lavoro nero – conclude la giovane donna - quando l'azienda già riceveva fondi pubblici, ero stata assunta a tempo indeterminato, dopo diverse lotte e contestazioni, anche se mai con lo stipendio a cui avevamo diritto secondo il contratto nazionale del terziario. Adesso speriamo che la Regione rinnovi la cassa in derogaperché l'azienda dove lavoravo non ha diritto agli ammortizzatori sociali». Triste destino, quello di Rosi, costretta a condizioni precarie di lavoro, che spesso sfociano nell'illecito civile, a causa di aziende ed imprese che, pur di accaparrarsi agevolazioni fiscali ed incentivi, costringono spesso i giovani lavoratori a commettere reati di cui essi stessi, non sempre, sono consapevoli, falsando così i dati occupazionali.
Lidia Ianuario













