Lo Stato deve essere trasparente con i cittadini e fornire le informazioni e gli atti necessari per accertare la verità. A stabilirlo il giudice Paola Protopisani che si è occupata della strage di Ustica del il 27 giugno 1980 e dell’aereo che 31 anni fa, è caduto durante la
tratta Bologna – Palermo.
Lo Stato nel 2007 era stato già condannato per risarcire di 980 milioni di euro a 4 delle 81 vittime che si trovavano sul velivolo; successivamente, nel 2010, la sentenza è stata prorogata per 1 milione e 390.000 euro; adesso, secondo l’ultima sentenza, il Ministero è stato condannato a sborsare altri 100 milioni (, più interessi e oneri accessori) per i 40 passeggeri che persero la vita e per i “danni morali e psichici notevolissimi ai familiari delle vittime".
Il collegio difensivo, composto da Alfredo Galasso, Daniele Osnato, Fabrizio e Vanessa Fallica, Massimiliano Pace, Giuseppe Incandela e Gianfranco Paris, ha basato tutta la causa sull’ipotesi che a far cadere l’aereo sia stato un missile francese dato che l’area, secondo diversi piloti di linea, è stata spesso usata dall'aerovia militare d’oltralpi.
La motivazione di questa nuova tranche di risarcimenti è legata alle responsabilità dello Stato per non aver garantito la sicurezza in volo (non si sa se l’aereo è caduto a seguito dello scoppio di una bomba che si trovava all’interno o se sia stato abbattuto da un missile) e avere occultato la verità con depistaggi, distruzione di atti, negligenze e omissioni.
La sentenza è da considerarsi di per sé innovativa per il trasferimento delle responsabilità tra persone e ministeri: i 50 militari indagati sul piano penale, infatti, non possono essere trasferiti sul piano civile ma, secondo il parere del giudice, per il principio della “immedesimazione organica la responsabilità civile dei militari ricade sugli organi dello Stato da cui dipendevano" e, dunque, sui due ministeri coinvolti, quello della Difesa e quello dei
Trasporti.
Soddisfatto il collegio difensivo che ha dichiarato come la sentenza sia “il frutto di una lunga e articolata istruttoria, durata circa tre anni, nella quale il tribunale ha avuto modo di apprezzare e valutare tutte le emergenze probatorie già emerse nel procedimento penale. Il risultato della vicenda processuale rende giustizia per la ultratrentennale tortura che i parenti delle vittime hanno dovuto subire ogni giorno della loro vita anche a causa dei numerosi e comprovati depistaggi di alcuni soggetti deviati dello Stato".
E non è tutto poiché "in concomitanza della caduta del regime di Gheddafi, la nazione sia direttamente informata del contenuto degli archivi dei servizi segreti libici nei quali si ha ragione di ritenere che siano contenuti ulteriori documentazioni rilevanti sul fatto. E ciò consentendosi un accesso diretto da parte dell'Italia senza alcuna manomissione".
Daria Bonfietti, presidente dell'Associazione dei famigliari delle vittime di Ustica, ribadisce l’importanza della motivazione addotta dal giudice perché "riconosce la validità della sentenza di primo grado (poi ribaltata nei successivi gradi di giudizio) nel procedimento penale. La cosa importante non è tanto la cifra, quanto quello che questa sentenza riconosce. Oggi viene ribadito che l'aereo è stato abbattuto in un episodio di guerra aerea, e vengono ribadite le responsabilità dei due ministeri anche in campo civile: non hanno vigilato sulla sicurezza dei voli civili e hanno nascosto la verità con i successivi depistaggi".
La sentenza, secondo il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio è in totale contrasto con quanto stabilito precedentemente dalla Cassazione e dal Tribunale di Roma poiché è stato accertato che “è ormai accertato che nessun altro aereo era in volo in quella notte in prossimità del DC9 Italia, mentre la Commissione dei periti internazionali ha concluso all'unanimità per l'esplosione di una bomba in una toilette di bordo".
Marcella Sardo












