Niente da fare. Anche stavolta il tema delle liberalizzazioni si conferma un tabù intoccabile. Se ne parla da decenni; ci sono proposte e disegni di legge che giacciono da anni nella aule parlamentari; si grida alla svolta più o meno una volta l’anno. E ogni volta bisogna invece ripartire da zero. E se non ce la fa neanche Monti, che proprio sul fronte della lotta ai cartelli si è guadagnato la fama di inflessibile baluardo della libera concorrenza, significa che siamo davvero nei guai.
E dire che il nostro Paese di passi avanti nel settore ne avrebbe bisogno eccome. Abbiamo un indice di liberalizzazioni tra i più bassi d’Europa, come risulta dagli studi dell’Istituto Bruno Leoni che ogni anno pubblica un rapporto comparativo sui diversi livelli di liberalizzazione in Europa. A guadagnarci sono le mille corporazioni del nostro paese, ciascuna gelosissima delle proprie prerogative e di solito assai poco disposta ad aprirsi al confronto con il mercato. A rimetterci sono naturalmente i consumatori, costretti a pagare di più servizi che potrebbero tranquillamente essere offerti a minor prezzo (e spesso anche a maggiore qualità).
Si tratta di un circolo vizioso difficile da spezzare. Le lobby in campo sono forti, agguerrite e con un enorme potenziale di ricatto. Per di più, godono di una tradizionale sponda politica proprio all’interno del Parlamento, dove come è noto i liberi professionisti sono sempre numerosi.
Quando non sono direttamente presenti in Parlamento, hanno poi più o meno evidenti crediti elettorali da riscuotere. È il caso dei tassisti, una lobby tra le più intransigenti soprattutto nella Capitale, dove gode della copertura senza riserve del primo cittadino a cui ha affidato in massa il proprio pesante pacchetto di voti.
È bastato infatti l’annuncio di un’ipotesi di deregulation territoriale per i taxi, cioè la possibilità per i tassisti di lavorare “in trasferta” presso altri Comuni, per scatenare le reazioni della categoria, pronta a mandare in tilt la circolazione urbana, come già successo in passato.
Risultato? “Il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea viene escluso dall’ambito di applicazione dell’articolo 34”. Che tradotto significa che la “casta delle auto bianche” non si tocca.
Un po’ meglio, ma non troppo, per il settore delle farmacie. Nonostante la furiosa campagna stampa degli ultimi giorni promossa dalla Federfarma, il Governo in questo caso ha provato a tenere duro. Dovrebbe quindi essere rimosso (salvo che per i Comuni sotto i 15mila abitanti) il numero chiuso delle farmacie: una misura totalmente anacronistica che di fatto si traduce spesso in una assurda ereditarietà degli esercizi, che si passano di padre in figlio alla faccia della concorrenza. La spuntano invece i camici bianchi per quanto riguarda l’altro punto all’ordine del giorno, cioè l’apertura alla vendita dei farmaci di fascia C anche alla grande distribuzione e alle parafarmacie. La lista dei prodotti che possono uscire sul libero mercato è stata praticamente dimezzata, rinviando per di più ad una decisione dell’Aifa (l’Agenzia italiana del farmaco) che potrebbe quindi anche ridurla ulteriormente per ragioni di “cautela sanitaria”.
Sul fronte degli ordini professionali infine, la resa è totale. La scadenza per dare attuazione alle norme contenute nella manovra estiva (abolizione delle tariffe minime, apertura alle società professionali e altre misure) viene infatti annacquata. In pratica, gli ordini dovranno sì adeguarsi entro il 13 agosto 2012, ma in caso di ritardo praticamente non succederà nulla.
Giuseppe De Marco














