Pochi giorni fa abbiamo visto in tv le lacrime del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero, mentre esponeva a Palazzo Chigi i punti salienti della nuova manovra, e sono subito piovute critiche e commenti di ogni genere. Di primo acchito, se parlassimo senza riflettere, tutti forse diremmo che il ministro abbia pianto perché si sia resa conto della riforma che aveva
appena fatto e dei sacrifici che ancora una volta sono stati chiesti ai cittadini italiani. Se proprio lei ha manifestato emozioni in pubblico riguardo a questo fatto, cosa dovremmo fare noi cittadini che ne verremo colpiti direttamente? Se Elsa Fornero ha versato lacrime, a noi non rimane altro che versare sangue. Non è stata definita forse così la manovra: “lacrime e sangue”? Tutto torna a quanto pare. Tutto appare semplice e lineare. Affrontando però il discorso in modo molto più analitico, cercando di comprendere quello che potrebbe essere stato il vero motivo delle sue lacrime, allora forse potremmo giungere a delle riflessioni finali migliori.
La crisi e le emozioni- Manifestare le proprie emozioni non costituisce affatto un segno di debolezza, né al contrario si può intendere come una mossa strategica, per far sì che magari chi ci sta guardando e ascoltando, resti colpito e venga dalla nostra parte. Emozionarsi va molto al di là di queste subdole e disattente considerazioni. Soprattutto in situazioni di crisi, diventa fondamentale rivolgersi al pubblico mostrando la realtà dei fatti per quella che è, far sì che anche chi ci ascolta venga posto nella condizione di riflettere e comprendere nel senso più profondo del termine, la situazione in cui ci si trova. La Fornero ha pianto nel momento in cui ha chiesto sacrifici, nella parte più delicata del suo discorso, quella in cui ogni essere umano sensibile si sarebbe commosso. Se però a farlo è un ministro, ecco che scatta la polemica in automatico. Ecco che ci si vede una debolezza, o al contrario una mossa dettata dalla falsità. Se poi è una donna ad emozionarsi, viene spontaneo credere che si tratti della solita donna che non è capace di reggere la tensione. Ma qui le differenze tra genere maschile e femminile non contano. Quel che ha rilevanza è che in momenti di grande crisi e ricoprendo una posizione istituzionale come quella che ricopre il ministro Fornero, siano venute fuori le emozioni umane. Non è così facile come si pensa riuscire a gestire una situazione di emergenza. Da persona competente, precisa, consapevole delle difficoltà e dei sacrifici che stava chiedendo, la Fornero si è emozionata perché desiderava fare tutto ciò che era umanamente possibile per far fronte alle difficoltà.
Non contano solo l’intelletto e le capacità professionali, contano anche le emozioni, i sentimenti, le paure e le incertezze che tutto ciò che sia stato deciso abbia poi gli esiti sperati. Questo, a parer di chi scrive, ha reso il ministro Fornero più vicina a noi, l’ha resa più umana: è come se con quelle lacrime abbia voluto cercare il consenso dei destinatari di quei sacrifici.
Il management emozionale e l'intelligenza emotiva- Parallelamente, se ad emozionarsi fosse il manager di un’azienda, il leader di un’organizzazione, faremmo le stesse riflessioni. Per raggiungere alti livelli di performance, soprattutto se si è il leader di un’azienda, le emozioni contano tanto quanto le skill tecniche. Spesso diciamo che in certe situazioni e quando si ricoprono soprattutto ruoli importanti bisogna agire “di testa” e non “di pancia”. Fa parte della nostra mentalità e della cultura occidentale in generale. Vuol dire che le emozioni non sono importanti e pertanto non devono esistere in un contesto lavorativo. Sono quasi un elemento di disturbo. Non si può non considerare, invece, come le organizzazioni siano anche spazi fisici dove le emozioni vengono sicuramente a galla, o magari, il più delle volte, rimangono sommerse, ma comunque ci sono e fanno parte della struttura. Esse si traducono in paure, desideri, ansie individuali e collettive.
Per fortuna, negli ultimi anni, con il fiorire degli studi sull’intelligenza emotiva, con l’apertura delle scienze sociali allo studio delle emozioni nel contesto di lavoro e lo sviluppo di una serie di programmi volti a trasmettere competenze emotive e relazionali ai manager delle organizzazioni, il tema delle emozioni sul lavoro è divenuto una costante negli studi di psicologia, pedagogia e sociologia del lavoro e delle organizzazioni, formazione ed ergonomia. L’intelligenza emotiva è importantissima, qualsiasi sia il tipo di lavoro.
L’importanza delle risorse umane- Nelle aziende si va diffondendo sempre più la consapevolezza dell’importanza della risorsa umana come fattore del successo organizzativo; un’azienda di qualità è anche un’azienda che ponga l’accento su una forte partecipazione dei lavoratori: è necessario che da semplici esecutori si trasformino in collaboratori attivi, propositivi, orientati al miglioramento, coinvolti e motivati rispetto alla vision aziendale. D’altronde il lavoro occupa gran parte della nostra giornata, quindi le emozioni vissute sul lavoro hanno una notevole incidenza sul nostro modo di vederlo e sulla nostra prestazione, senza dimenticare che le emozioni vissute in quest'ambito incidono poi sul nostro benessere generale. Se si tiene ben in mente quanto le emozioni siano importanti anche sul lavoro, allora forse il leader riuscirà a gestire meglio determinate situazioni.
Infatti, dipende proprio dalla dimensione emozionale se l'operato di un leader avrà successo. Ne deriva pertanto che la sua abilità nel gestire e orientare le emozioni in modo da guidare il gruppo verso il raggiungimento dei suoi obiettivi dipende in massima parte dal suo livello di intelligenza emotiva. Il che però, non vuol dire ovviamente, ricollegandoci alla Fornero, che il capo debba piangere per ottenere i risultati che spera. Quello che vogliamo intendere è che nella gestione delle risorse umane non vadano bandite, perché ritenute non pertinenti, le emozioni e i sentimenti umani. Il management aziendale deve considerare anche e soprattutto l’aspetto emozionale e saperlo gestire. In pratica, ciò significa che il leader dovrebbe immedesimarsi in quelle che possono essere anche le sensazioni altrui, dei dipendenti, vuol dire porsi nei panni di chi riceve determinate direttive e far sì che reagisca nella maniera migliore possibile.
Anche il manager può emozionarsi- Se poi fosse il manager a manifestare le proprie emozioni di fronte ai dipendenti, mostrando di essere “uomo” prima che “capo”, ne trarrebbe solo vantaggi, sia in termini di prestazioni migliori da parte dei dipendenti, sia in termini di maggior coinvolgimento in quelli che sono gli obiettivi aziendali. Per chi ricopre un’importante carica è importante mettersi al pari degli altri, come parte del gruppo, di chi magari vive quotidianamente quelle stesse emozioni, ansie, angosce, preoccupazioni.
Un leader efficace denota infatti la capacità di saper esprimere valutazioni ogni volta che è richiesto: valutazioni ad ampio spettro su strategia e persone e valutazioni da effettuare con tempestività e determinazione in momenti di crisi. Contestualmente manifesta il coraggio di farsi carico anche delle conseguenze di una situazione non perfetta e il desiderio di incoraggiare la leadership ad ogni livello dell'organizzazione. Questo quello che ha tentato di fare il ministro Fornero, questo quello che dovrebbe fare un buon leader, soprattutto in situazioni difficili.
Come fare? Ogni leader dovrebbe trasmettere un messaggio chiaro che metta le persone in grado di conoscere dove è diretta l'organizzazione, l'idea che la guida e ne definisce il successo, i valori a cui si devono ispirare le persone e soprattutto in che modo le persone saranno "caricate", cioè ricaveranno energie da questo processo. Da qui deriva che la comunicazione è troppo importante, anche quella non verbale. Pertanto, comunicare mostrando le proprie emozioni e con esse le proprie paure fa sì che il capo diventi una persona sensibile, capace di comprendere fino in fondo le esigenze dei dipendenti e farsene carico. E per far ciò unitamente ad un notevole dose di coraggio ci vuole consapevolezza di sé e il desiderio di lavorare su se stessi per diventare un buon leader.
Allo stesso modo in cui il marketing fa leva sulle emozioni, così il mondo aziendale e professionale deve considerare queste, anche per il miglioramento e lo sviluppo personale e professionale. Non a caso il marketing emozionale e sensoriale fanno leva su quelle che sono rispettivamente le emozioni e i sensi umani per costruire strategie innovative e sempre più vincenti per le aziende. In un certo senso dunque anche un buon leader deve saper gestire le emozioni proprie e quelle dei propri dipendenti. Il consumatore, così come il dipendente, ha bisogno oggi più che mai di vivere emozioni indimenticabili, ha bisogno di trovare in quello che fa quotidiamente al lavoro e in quello che compra in un negozio, un senso di appagamento, ma anche di coinvolgimento. Se ci riesce il marketing a conquistare il consumatore facendo leva sulle emozioni più profonde, perché non dovrebbe riuscirci anche il manager a rendere il lavoro più coinvolgente possibile?
Michela Magrini














