“Piegheremo le lobby”, ha promesso ieri Monti, mentre Catricalà ribadisce oggi a Repubblica: “Basta con le brutte figure, a gennaio ripresentiamo tutto”. E certo è paradossale che proprio un capo del governo che è stato l’alfiere della libera concorrenza a Bruxelles e un sottosegretario alla presidenza che viene direttamente dall’Antitrust, si siano dovuti piegare alle richieste di tassisti e farmacisti.
Ma quello delle liberalizzazioni è un terreno scivolosissimo, in cui tra il dire e il fare più che il classico mare c’è di mezzo un vero e proprio oceano.
I mille rivoli di questa massa critica che rende vano ogni tentativo di riforma si chiamano lobby. Un’espressione che rischia però di essere travisata dal travestimento “anglosassone” del termine, che rimanda più all’esperienza statunitense che a quella nostrana. Per questo al nostro paese si adatta meglio la definizione di “corporazioni”, un termine che affonda le sue radici nel Medioevo, fu celebrato nel Fascismo ed è arrivato quasi indenne ai giorni nostri.
Non stupisce che il ministro Passera abbia definito “pazzesche” le resistenze incontrate al solo accennare al tema delle liberalizzazioni. Perché in Italia le corporazioni sono forti, agguerrite e con pochi scrupoli quando si tratta di difendere gli interessi dei rispettivi membri. E soprattutto, godono di ampie e rassicuranti sponde politiche proprio nelle aule di quel Parlamento che dovrebbe essere chiamato ad eliminare i tanti lacci e lacciuoli che imbrigliano un settore decisivo per l’economia.
Paradosso nel paradosso, le maggiori resistenze provengono proprio da quell’area politica che del liberalismo dovrebbe essere l’alfiere. Tant’è che proprio l’ex governo Berlusconi (che ieri si è tolto l’effimera soddisfazione di etichettare il nuovo premier come “disperato”) ha finito per annacquare quel poco che il precedente governo era riuscito a fare con le famose “lenzuolate” di Bersani. E Monti, dal canto suo, ha finito per vanificare quel pochissimo che lo stesso Berlusconi era stato costretto ad inserire nelle manovre agostane, scritte con la pistola di Bruxelles puntata dritto alle tempie.
La verità è che in questa partita destra e sinistra, come sempre più spesso succede, non c’entrano affatto. Perché in gioco c’è l’interesse dei consumatori, una categoria a cui in Italia si pensa sempre troppo poco, nonostante sia di fatto la più trasversale che ci sia. Sono loro, siamo noi, a pagare il prezzo dei privilegi concessi alle corporazioni. Affrontando spese maggiori per servizi di minore qualità e subendo scelte di parte che vengono spacciate per interessi generali.
E per di più evitando le sole riforme realizzabili a costo zero.
Negli ultimi 5 anni, grazie all’apertura alla vendita di farmaci da banco anche presso la grande distribuzione e le parafarmacie, gli italiani hanno risparmiato 1,6 miliardi di euro e sono stati creati oltre 7 mila posti di lavoro. Ma l’apertura ai farmaci di fascia C, come è noto, è di fatto saltata.
I tassisti italiani sono tra i più cari d’Europa, i meno numerosi e i meno efficienti. Eppure anche la loro mini-casta non si tocca.
Per spezzare questa torbida catena che ci consegna nelle mani di gruppi e gruppuscoli (ieri i farmacisti e i tassisti, oggi gli edicolanti, domani i benzinai, dopodomani i commercianti e così via) servirebbe un’iniziativa forte e di ampio sostegno parlamentare. Una manovra che facesse piazza pulita dell’abitudine tutta italiana di darla sempre vinta a chi fa la voce più grossa.
Ma l’Italia è pronta per voltare pagina?
Giuseppe De Marco
Vedi anche:
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Farmaci di Fascia C: la lobby dei farmacisti contro quella della grande distribuzione














