La notizia del giorno è il prestito concesso dalla BCE alle banche europee per complessivi 489 miliardi di euro, circa il 25% del nostro mostruoso debito pubblico. La bella somma di 116 miliardi (pari alla ricapitalizzazione chiesta a loro) è andata alle banche italiane. Tale prestito viene dato per
tre anni al tasso del solo 1% annuale.
SI tratta di condizioni talmente agevolate, che, se ci fosse consentito farlo, converrebbe anche a noi privati cittadini farci carico di un prestito di 2 o 300 milioni per poi depositarli presso le varie banche che offrono il 3,5 o il 4% di interesse. Con questa semplice operazione potremmo guadagnare, lucrando sulla differenza di tasso, una sommetta compresa tra i 4,5 e i 9 milioni di euro, nell'arco del triennio.
Solo che a noi non è permesso. Lo possono fare solo le banche e lo stanno facendo, tanto che alcune delle banche che hanno sottoscritto il prestito non sono tra quelle bisognose di ricapitalizzarsi.
Non solo.
La BCE non stabilisce finalità particolari per l'ottenimento del prestito e nemmeno delle vere garanzie, praticamente si tratta dell'arrivo di Babbo Natale.
In teoria il prestito dovrebbe servire a dare alle banche i mezzi per finanziare investimenti da parte di aziende private, ma si tratta solo di un auspicio formulato dal concedente e nulla più.
In questo contesto, molte cose non quadrano.
La prima anomalia è: perché non si è stabilito un fine obbligatorio per questi prestiti? C'è chi dice che non poteva farsi, non si poteva entrare nella gestione delle banche, ledere la loro libertà di impresa. Personalmente non ci credo. E per vari motivi. Il primo è che le nostre stesse banche quando concedono un finanziamento spesso vogliono saperne la destinazione, vogliono sapere se si tratta di acquisto di un auto o di spese per un viaggio. Esistono anche vari tipi di mutui. Esiste il mutuo per acquisto, quello per ristrutturazione e quello per liquidità. E ognuno ha tassi e durata diversi. E la banca, se il mutuo è per acquisto, eroga solo al rogito e direttamente nelle mani dell'alienante, mentre se è per ristrutturazione vuole vedere il preventivo e spesso, come in quelli per edificazione, paga solo in base agli stati d'avanzamento.
Quindi la BCE poteva benissimo stabilire il fine e i controlli sulla realizzazione del fine.
La seconda anomalia è che in tutti gli ordinamenti giuridici europei esiste quell'istituto che da noi assume il nome di amministrazione controllata ed esso ha proprio il fine di controllare la gestione dell'azienda in questione e vedere se realmente opera per il proprio risanamento. Senza arrivare a tanto bastava stabilire il fine e poi operare come opera o dovrebbe operare da sempre la Banca d'Italia perché i fondi finissero realmente ad investimenti.
La terza anomalia è sul perché le banche italiane sarebbero a rischio liquidità e quindi bisognose di questi aiuti. Non certo a causa della crisi, perché la crisi che stiamo vivendo, nella quale stiamo entrando solo adesso non è una crisi recessiva, una crisi con gravi crolli aziendali e familiari.
La crisi finora è stata solo una crisi finanziaria quasi totalmente relativa allo Stato e simili. Nessuna grande azienda è fallita a causa della crisi, la disoccupazione anche se aumentata è passata da circa il 6% a poco più dello 8% (alcuni anni fa navigava sul 13%), i fallimenti sono aumentati, ma non poi così tanto e non è nato nessun ingorgo creditizio talmente grave da fermare o quasi le possibilità di credito.
In altre parole, la situazione economica nazionale non è tale da mettere a repentaglio la solvibilità del sistema bancario e tutti continuano a dire che i nostri fondamentali sono solidi.
Meglio: non siamo noi privati e piccoli operatori che, non restituendo i finanziamenti, abbiamo messo a repentaglio la liquidità delle banche.
E allora dove sono finiti i 2.800 miliardi di depositi che abbiamo affidato alle banche?
Cosa ne hanno fatto? E che hanno fatto dei loro utili? E che fine hanno fatto i 30 miliardi di euro che a LORO detta hanno illegittimamente incassato con il giochetto dell'anatocismo?
Credo di avere la risposta. Il 52% del nostro debito pubblico è in mano ad investitori stranieri (980 miliardi), il 12% a privati italiani (220 miliardi) e il residuo 36% (680 miliardi) lo hanno le nostre amate banche. Il problema al 90% è quello.
Perché quei titoli rimangono sotto quella forma per ann
i, anche dieci, e non possono essere utilizzati per operare perché non sono soldi, non possono essere venduti perché non li vuole nessuno a meno di venderli al 20, 30 o 40% sotto la pari perdendo diecine o centinaia di miliardi (specie se si buttano sul mercato in grandi quantità), non possono essere dati in garanzia per ottenere prestiti in danaro per lo stesso motivo. Sono un mattone di dubbia solidità. Un ciarpame ingombrante di cui, però, non ci si può liberare perché ammazzerebbe il cavallo che lo ha caricato con una perdita spaventosa, e perché, finché dura, rende. Così, dopo il fallimento del tentativo di convincere molti italiani a farsi carico di quel tragico fardello sostituendosi alle banche con quel "ricompriamoci il debito pubblico" (non per niente in quelle giornate le banche non percepivano compenso sulle operazioni), arriva l'idea di un grande italiano all'estero: un prestito senza garanzie a tasso ridicolo per sostituire i titoli comprati con denaro delle banche con altri comprati con danaro della BCE.
E noi non possiamo fare nulla. Perché se non le aiutiamo, se non compriamo i loro titoli quasi tossici, se non depositiamo o ritiriamo i depositi per affidarli al mattone, se facciamo resistenza all'obbligo di avere un conto corrente per la pensione il sistema bancario può saltare e far sparire tutto quello che abbiamo affidato loro.
Lionello Ruggieri














