Da circa due settimane in tutte le trasmissioni televisive della RAI, siano esse di intrattenimento o di informazione, i conduttori non fanno altro che ricordare ai telespettatori che il 31 gennaio è il termine ultimo per pagare il canone della RAI.
Le modalità di pagamento sono molto semplici e si possono trovare anche sul sito internet, senza dimenticare il fatto che ogni anno arriva in ogni casa il bollettino (di 112 euro) pagabile nelle ricevitorie o in uno sportello delle Poste Italiane Spa.
La domanda che, però, ci si pone, soprattutto in questo periodo di crisi nel quale sono aumentate in modo – quasi spropositato – non soltanto le tasse ma anche l’inflazione, è se sia giusto continuare a chiedere questo tributo che, nell’indice delle tasse più odiate, occupa le posizioni di vertice.
Perché la RAI non riesce ad autofinanziarsi secondo le regole del mercato che si pongono tutte le altre emittenti televisive (come, per fare degli esempi di pari livello, Mediaset e Sky) senza dover chiedere nulla ai telespettatori?
Il problema dell’accettazione di questa tassa – e della relativa liceità – sta nel fatto di “cosa” con esattezza è tassato dallo Stato e – spiegano gli esperti del settore – non si tratta di chiedere un contributo per gli stipendi d’oro di dirigenti e conduttori o di migliorare il budget di un programma, bensì di una tassa sul possesso di un apparecchio ricettivo di radioaudizioni a prescindere che questo sia utilizzato.
La regolamentazione di questo tributo risale, addirittura, ai tempi della seconda guerra mondiale (D.L. 246/1938 e decreto legislativo luogotenenziale 458/1944) ed è stato successivamente ripreso nella Risoluzione 102/E/2008.
Gli italiani che non pagano questo tributo sono tutti evasori fiscali? Allora se il nuovo Governo Monti sta cercando di abolire questo “parassita della società” così come sottolinea la pubblicità sociale, bisogna chiedersi perché o quando saranno attuate delle misure più efficaci per il controllo delle apparecchiature.
Per legge l’azienda non può inviare ispettori a casa per controllare la reale esistenza di apparecchi televisivi ma questo compito può essere svolto soltanto dalle forze dell’ordine con regolare mandato di perquisizione ma allora perché non imporre la registrazione dei dati della persona al momento dell’acquisto? Una proposta, questa, che è stata vagliata ma che è stata ritenuta inutile dato che poi si rischierebbe di far registrare diversi apparecchi televisivi a un unico soggetto che paga il canone mentre i televisori andrebbero, magari, in altre abitazioni e sfruttati da altri nuclei familiari.
Cosa fare allora? Un’altra proposta potrebbe essere quella di abbassare la tassa ma di imporre il pagamento per ciascun apparecchio televisivo acquistato ma in questo caso la tassa sarebbe ancora più detestata perché nelle case moderne ci sono almeno 2 o 3 televisori!
Un altro problema che sorge con le moderne tecnologie è quello relativo al segnale che può essere captato da pc senza scheda video o dai videofonini… in questo caso non c’è nessun “canonico televisore” ma un utente che usufruisce del servizio. Come comportarsi in questo caso? Allo stato attuale questi soggetti non sono tenuti a pagare il canone RAI. Si tratta, dunque, di una zona “limbo” non regolata da alcuna legislazione che di fatto consente ad alcuni soggetti di poter “evadere legalmente”.
In Europa la situazione è disomogenea e oscilla tra quei paesi che hanno abolito l’imposta (Olanda, Ungheria, Bulgaria, Spagna, Belgio fiammingo, Lussemburgo, Portogallo, Lituania, Lettonia, Polonia, Estonia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Russia e Turchia) e quelli che mantengono l’imposizione del pagamento ma non trasmettono alcuna pubblicità commerciale (Francia, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia). I tributi oscillano dai 50 ai 300 euro.
In Italia, dunque, oltre al danno (il pagamento della tassa) abbiamo pure la beffa (la pubblicità commerciale).
Dobbiamo continuare a subire questa situazione?
Marcella Sardo













