Liberalizzazioni: un argomento che in questi giorni non passa inosservato e riguarda molte categorie professionali e tutti gli italiani che usufruiscono dei servizi offerti.
Mario Monti non fa altro che ribadire che si tratta di richieste provenienti dall’Europa alle quali l’Italia non si può esimere e, al contempo, ribadisce i vantaggi che si avrebbero abbattendo quelle che, in questo momento, potrebbero essere viste come delle “caste”.
Notai, avvocati e farmacisti sono nell’occhio del ciclone e, dall’approvazione del decreto, potrebbero perdere molti vantaggi e la possibilità di individuare “cartelli” che mantengano i prezzi alti per i consumatori.
Ma è veramente così? Da un’indagine condotta sulla base delle dichiarazioni dei redditi presentate si evince che molte delle categorie ritenute “privilegiate” in realtà non hanno degli introiti così elevati e, dunque, non è possibile fare “di tutta l’erba un fascio”.
I gestori delle coste, ad esempio, così come i tassisti non hanno un reddito che giustifichi queste limitazioni ( o perdita di tali) e le associazioni di categoria si stanno battendo per evidenziare che i vantaggi non si avranno né per gli italiani né per i liberi professionisti. La motivazione addotta dagli oppositori di “liberalizzazioni selvagge” si attacca alla tesi secondo la quale un’abolizione delle tariffe arrecherebbe svantaggi al servizio offerto: compensi ridotti per servizi più scadenti.
L’abolizione delle tariffe minime per le categorie professionali (intervento per altro già previsto nel
Secondo gli esperti non incrementerà le possibilità dei giovani di accedere nel mondo del lavoro né i professionisti già affermati abbasseranno le loro tariffe minime.
Quella preventivata, dunque, appare essere – come la riforma delle pensioni – una manovra che avrà effetti nei prossimi 10 – 20 anni… ma all’Italia non servivano riforme strutturali e urgenti?
Marcella Sardo














