Il comandante Schettino non può più arrampicarsi sugli specchi: l’audio della sua conversazione con la Guardia Costiera non è solo sul web ma martellato in tutti i programmi televisivi a tutte le ore e, quel che è peggio per il turismo italiano e la Costa Crociere,
su tutte le emittenti televisive del mondo, dagli States al Giappone.
Le ammissioni di Schettino
Da ieri pomeriggio anche lui, il comandante del Concordia, potrà vedere cosa si dice sui mezzi di comunicazione di massa, sì perché dopo l’interrogatorio, il gip Valeria Montesarchio ha imposto come provvedimento un’ordinanza di custodia cautelare ma agli arresti domiciliari.
"È vero l'inchino era per il commodoro Mario Terenzio Palombo, con cui ero al telefono in quel momento – ha finalmente ammesso il capitano -. La rotta era stata decisa alla partenza da Civitavecchia ma ho sbagliato l'accosto. Navigavo a vista, perché conosco bene quei fondali e altre 3-4 volte avevo fatto quella manovra. Ma questa volta ho ordinato la virata troppo tardi. E sono finito in acqua troppo bassa. Non so perché sia successo, sono stato vittima dei miei pensieri. I passeggeri si accalcavano sui ponti prendendo d'assalto le scialuppe. Io non avevo neanche il giubbotto salvagente perché lo avevo dato uno dei passeggeri, che cercavo di farli salire in modo ordinato sulle barche. All'improvviso, visto che la nave era inclinata di 60-70 gradi, sono inciampato e sono finito dentro una di quelle imbarcazioni. Per questo mi trovavo lì. E una volta sospeso non riuscivo a scendere in mare perché lo spazio era ostruito da altre imbarcazioni in acqua".
Le indagini
Di chi sono le colpe di questo tragico incidente? Non soltanto del capitano, secondo la procura ma di chi ha – involontariamente – collaborato affinchè questa situazione si trasformasse in tragedia.
Nel mirino dell’opinione pubblica e degli investigatori c’è anche chi ha deciso che questa persona fosse idonea a fare il capitano di una crociera che – è bene sottolinearlo – ha per contratto la responsabilità di 4200 passeggeri turisti e 1000 dipendenti. La sicurezza di navigare in quella costa, però, non giustificava nemmeno la velocità alla quale andava (oltre i 15 nodi in una zona così vicina alla terraferma non dovrebbe essere consentito nemmeno a un gommone!).
“Il Comandante lascia la nave per ultimo”, non si tratta di un atto di eroismo ma di una precisa norma che identifica il capitano come l’unico responsabile della nave, come quello che ha la consapevolezza di tutto ciò che lo circonda e, soprattutto, il più idoneo intermediario tra chi sta a bordo e chi, invece, presta soccorsi dall’esterno. Come ha fatto le selezioni la Costa Crociere? Chi ha ritenuto idoneo Schettino? Come faceva l’azienda di armeria a non sapere che era una consuetudine quella di fare un inchino all’Isola del Giglio? Come mai nessuno ha bloccato questa pericolosa manovra? Domande alle quali la Costa Crociere dovrà rispondere nei prossimi giorni ma per il momento, nel registro degli indagati, c’è solo il comandante.
Il Presidente della compagnia, Pierluigi Foschi, ha dichiarato che “è stata sua (di Schettino) la decisione di cambiare la rotta, una manovra non autorizzata e di cui non eravamo a conoscenza. Daremo al comandante l' assistenza legale necessaria ma ci dissociamo dal suo comportamento. Non sono state rispettate procedure certificate e scritte. Noi ci sentiamo parte lesa in questa vicenda”.
Il comandante, spiega Foschi, per cambiare rotta deve disattivare gli allarmi sonori e visivi della nave, altrimenti non potrebbe fare alcuna inversione di rotta. E per quanto riguarda le mappe nelle quali “lo scoglio non c’era” il Presidente di Costa Crociere spiega che il Concordia era in possesso di due tipi di mappe: una che indica esclusivamente la rotta e nella quale mancavano gli scogli perché il comandante non doveva nemmeno avvicinarsi e una che, invece, segnava tutti gli scogli, compreso quello incriminato. “Non so quale abbia usato” ammette Foschi.
I possibili indagati
Un turista russo ha dichiarato di avere visto il comandante a tavola con una donna mentre consumava un’intera bottiglia di vino. La virata anomala, quindi, potrebbe essere frutto di una mancata lucidità causata dall’alcool ma gli inquirenti hanno imposto anche un test per verificare eventuali presenze di droghe… nessuno, infatti, si spiega non solo il perché è stata abbandonata la nave (un atto di codardia?) ma soprattutto perché il comandante ha continuato a mentire alla Guardia Costiera nelle ore successive durante l’evacuazione.
Non allarmare i passeggeri parlando di un iniziale “guasto elettrico” poteva essere una strategia idonea per non creare il panico ma perché chiedere a tutti di andare in cabina e restare fino a nuovo ordine? Perché non trovare “una scusa plausibile” per far indossare loro il giubotto salvagente? Perché non chiedere di andare sul ponte invece che nelle cabine giustificando il fatto che non funzionavano bene le luci dentro la nave? Domande che, ancora, sono senza risposta.
Tra i possibili nomi che oggi saranno iscritti nel registro degli indagati ci sono Roberto Ferrarini, marine operation director (manager delle operazioni marittime e dell'unità di crisi della Costa), il vice di Schettino, Dimitri Christidis e il terzo ufficiale Silvia Coronica. Il primo ha dialogato telefonicamente a lungo con il capitano tra l’impatto con lo scoglio e l’ordine di evacuazione; gli altri due, invece, hanno abbandonato la nave insieme al comandante lasciando priva di figure di comando l’imbarcazione crocieristica.
I superstiti parlano di confusione e caos, di camerieri e persone non addette all’evacuazione che supportavano i passeggeri nella fuga; di bambini scomparsi e disabili abbandonati; di personale di bordo che, da un momento all’altro, è letteralmente scomparso.
La domanda che si pongono gli inquirenti, dunque, è perché un impatto così devastante che, preso in tempo avrebbe portato solo un rischio ambientale per l’isola che fa parte di una riserva naturale, debba adesso essere marchiata con la morte di alcuni passeggeri e tutto solo perché non è stato dato l’allarme in tempo e i soccorsi non sono stati adeguatamente coordinati.
Oggi, le speranze sulla presenza di una bolla d’aria che abbia salvato coloro che risultano ancora scomparsi sono quasi svanite e il problema più grande è quello di evitare che il carburante finisca in acqua e crei un altro disastro, questa volta ambientale.
Marcella Sardo














