Ieri a Milano migliaia di lumbard hanno sfilato per le vie della città, sino a raggiungere Piazza Duomo dove un palco li attendeva per il discorso finale del “vecchio leone”, Umberto Bossi.
Secondo i dati della questura i leghisti accorsi a Milano sarebbero stati cinquantamila, secondo i dati di Calderoli invece, quasi settantamila, tantissimi quelli giunti dal Veneto. Milano di certo non ha potuto non sentirli, urla, applausi ma anche tanti fischi, hanno marcato il percorso di una Lega d’altri tempi, la lega di lotta. I possibili e temuti disguidi tra cerchisti e maroniani sono stati evitati e bloccati da un più che attento servizio d’ordine guidato da Roberto Calderoli in completo verde padano. In testa al corteo c'erano i leader di sempre, Bossi e Maroni, con il “vecchio leone”, Bossi, sempre in mezzo a Reguzzoni e Rosi Mauro, in mezzo a Reguzzoni e Mauro nonostante i segnali di insoddisfazione della base leghista, con slogan del tipo: “Il Cerchio è inquadrato, il gioco è terminato”.
Nel suo discorso dal palco di Milano il senatur ha tuonato contro il Governo, imponendo anche severi moniti a Berlusconi:“Un suggerimento a Berlusconi: la Lega ti chiede di far cadere questo governo infame o non riuscirà a tenere in piedi il governo della Lombardia, dove ne stanno arrestando uno al giorno”.
Bossi ha poi aggiunto: “Monti fuori dai coglioni. Ci vuole una tobin tax per mettere sulla retta via le banche ma uno che viene da una grande banca che ha fatto fallire il mondo le banche non le tocca, tocca la povera gente”. Un discorso che ha sottolineato ancora una volta il suo ruolo di "re della Padania", tra rispolverati slogan di “Padania libera. E Roma? Fanculo…”.
Per il leader padano l’esecutivo tecnico è “infame” e per tal motivo invita Berlusconi a passare all’opposizione: “Non è possibile pretendere di parlare con noi e contemporaneamente sostenere il governo Monti - urla - Non ci piace chi ha il piede in due scarpe”. Un monito quello inviato ieri al Pdl, anche se non sembrerebbe esserci una immediata e reale intenzione di rompere drasticamente. Anche perché, se così non fosse, la Lega correrebbe tanti rischi, in primis quello di una possibile perdita delle presidenze delle Regioni Veneto e Piemonte, che senza l’aiuto di Berlusconi difficilmente potrebbe riconquistare. Anche lo stesso Maroni chiarisce che “non c’è nessun ricatto” della Lega al Pdl, e aggiunge: “Facciamo politica”. Tuttavia, dichiarazioni a parte, la replica degli ex alleati di Governo non tarda ad arrivare. Infatti, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, nominato anche da alcuni cori di piazza, chiosa: “Le rozze e disgustose minacce di Bossi vanno rinviate al mittente – afferma senza mezzi termini - Non vogliamo accettare ricatti, anche perchè la Lega non ha i numeri per far cadere la giunta in Lombardia mentre il Pdl è determinante per sostenere i governatori leghisti del Veneto e del Piemonte”. Sulla stessa lunghezza d’onda, anche Fabrizio Cicchitto, che dichiara: “Non possiamo accettare diktat, neanche quelli di chi ci dice che dobbiamo far cadere il governo domani”.
E come se tanta bagarre non dovesse bastare, per la prima volta Bossi deve fare anche i conti con una piazza che mostra i segni evidenti di una divisione marcata, e che tuona con insistenza di poter ascoltare un discorso di Roberto Maroni. Sul palco però, Maroni non interviene, Bossi non lascia intervenire nessun possibile leader di popolo, Bossi prende tempo e non consente a Bobo di parlare. A quel punto, inevitabilmente, il senatur viene colpito dai fischi e dai cori della folla che sostiene Maroni, indirizzati principalmente ai cerchisti ma che alla fine colpiscono anche lui. La folla poi esplode in una agitazione di massa quando sente pronunciare il nome di Rosi Mauro. E nonostante i ripetuti inviti di Bossi a stringersi in un forte abbraccio padano, invocando una poco plausibile “pace di Milano”, alla fine del comizio Maroni evita la stretta di mano con Reguzzoni. Sotto la mia “Bela Madunina” che domina Milano, per la prima volta, la Lega non riesce a celare le proprie divisioni, le proprie difficoltà. Bossi tra un insulto a Monti e un “Governo ladro”, torna sempre a nominare la pace, una pace che visibilmente non c’è. In piazza Duomo, ed anche questa è una prima volta assoluta, ci sono le sciarpe bianche che riportano la scritta"Barbari Sognanti", quelle dei leghisti che vogliono Maroni, tra di loro c'è anche Gianpaolo Dozzo, il nuovo capogruppo alla Camera. Niente di ciò che dice Bossi entusiasma più di tanto la base, il popolo padano, nemmeno quando il senatur invoca Berlusconi, suggerendogli di far cadere il governo Monti, e nemmeno quando cita il Governatore Formigoni, che passerà i guai. In ogni dove si potevano notare, più che gli striscioni di “Governo ladro”, quelli contro i Maghi e le Maghe del cerchio che pressano Bossi: “Bossi e Maroni Barbari Sognanti, Cerchio Magico stronzi fumanti”, oppure le bandiere della Tanzania, che è la presa in giro padana per la gestione della Cassa del partito.
La giornata leghista termina col “Va’ pensiero”, ma la piazza continua ad invocare Maroni, tanto che qualcuno alza al massimo il volume degli amplificatori. Terminato Verdi parte immediatamente “Padania bella e libera guarda avanti” di Sergio Borsato, con la piazza visibilmente segnata dalla delusione e le sciarpe bianche dei “Barbari Sognanti” che svolazzano all’impazzata.
La delusione si avverte anche nel pomeriggio, quando Bossi è riunito con il suo Consiglio Federale. In via Bellerio arrivano sui cellulari dei giornalisti i primi nefasti messaggi, dai pullman che lasciano Milano: “Qui siamo tutti delusi, proprio tutti”, scrive un militante. Poi un altro afferma: “Alzare la musica al massimo per non far sentire la piazza è roba da Corea del Nord”. E ancora: “Volevamo sentire Maroni. Forse abbiamo perso l’ultima occasione”. La delusione e l'amarezza diventa più accentuata quando qualcuno scrive: “Ma allora nella Lega non cambia niente”.
Roberto Maroni, alias Bobo, parla più tardi, su Facebook, e sembra voler rincuorare i delusi, raccogliendo in toto i loro malumori: “Una folla immensa ha invaso la nostra Milano, un popolo di barbari sognatori. Vorrei ringraziarvi uno per uno, tutti, ognuno di voi. Mi è dispiaciuto molto non poter parlare per salutarvi e condividere con voi queste sensazioni”. Firmato, il Vostro Barbaro Sognante. Anche durante il Consiglio Federale non sembrano tanto interessati a discutere ad oltranza del governo infame e ladro, ma piuttosto dei panni sporchi di casa Lega: c’è chi chiede a Francesco Belsito, deputato e tesoriere, dei soldi trasferiti in Tanzania, della gestione della cassa del partito. I padani gli chiedono di visionare i bilanci e ricevute, parlano della Lega degli onesti, che deve rendere conto ai propri militanti. Gianni Fava, deputato mantovano e barbaro sognante, afferma: “Da oggi, nessuno può continuare a fingere”. Le sciarpe bianche che sventolavano a mo di bandiere con la scritta "Barbari Sognanti", non sembrano volere ammainarsi, continuano simbolicamente a sventolare, anche nel pomeriggio, portavoce di tutti quei “Barbari” che non hanno, e forse non lo vogliono nemmeno, perdonato.
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Bossi non fa parlare Maroni leghisti fischiano
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Sonia Bonvini













