Parlare di liberalizzazioni in Italia è molto complesso, la prova ne è ciò che sta accadendo in queste ore, sia dalla parte delle categorie sia dalla parte dell’Esecutivo. Da un lato c’è la volontà di resistere a qualsiasi cessione del proprio mercato
chiuso e innaturale, dall’altro c’è una liberalizzazione asimmetrica che tocca più certe categorie, meno altre e per niente altre ancora.
Le farmacie minacciano una serrata dal primo febbraio, insieme alle altre categorie interessate alle liberalizzazioni, per contrastare l’apertura di altri 7 mila nuovi esercizi, previsti dal decreto predisposto dal premier Mario Monti.
La categoria continua a protestare nonostante la retromarcia del Governo sulla vendita di farmaci appartenenti alla categoria C nei supermercati, l’unico punto in cui sono propensi all’apertura è l’aumento del 10% degli esercizi, ma non sono assolutamente disponibili ai numeri prospettati dal Governo.
Se non dovessero ottenere quanto rivendicato, annunciano altre proteste, leggi chiusura degli esercizi, anche in altre date successive a quella già prevista per giorno 1.
La protesta delle farmacie sembra unire un po’ tutta l’Europa, o meglio quell’Europa che rischia di affondare per scelte “illiberali”, come
Purtroppo anni di chiusure di mercati e di angoli commerciali protetti fa sì che le categorie non riescano a cedere quella parte di “privilegio” che proviene dalle chiusure a corporazioni delle categorie che rende più sicuri i mercati di riferimento.
Probabilmente un modo efficace per convincere tutti che questa è una strada obbligata, per troppo tempo rinviata dal precedente Governo, è una deregulation che abbracci anche quelle aree di mercato ritenute forti, non soltanto quelle oggi interessate, ma che tocchi anche banche e assicurazioni.
Antonio Marchetta














