Il ministro Passera ha un bel dire che “Il Governo non può intervenire sugli stipendi dei parlamentari ma deve farlo il Parlamento stesso”, come ha affermato ieri sera a Ballarò, ribadendo un concetto o una preoccupazione già più volte manifestata.
È chiaro, e forse anche comprensibile, che l’esecutivo abbia deciso di muoversi con cautela lungo il sentiero minato delle indennità degli onorevoli, preferendo non sciupare il tenue consenso parlamentare per concentrarsi sulle attese riforme di sistema. Ma il Governo non può far finta di non capire che se si lascia che siano gli stessi deputati a tagliarsi lo stipendio, il dramma si trasforma in farsa. O viceversa.
Ma il fatto è, che lo si voglia o no, che il tema dei costi della politica è ormai entrato a pieno titolo e di diritto nell’agenda delle priorità non più rinviabili per la gran parte dell’opinione pubblica. Ed è difficile pensare che anche stavolta, con il paese intero chiamato ad uno sforzo immane e comune per uscire dalla crisi, i parlamentari riusciranno a proteggere i loro onorevoli cedolini. Anche se è chiaramente quello che stanno cercando di fare.
Ieri si è tenuto il vertice dei questori che ha messo a punto le misure che, come da impegni presi col Governo, i presidenti di Camera e Senato si impegneranno a varare entro il 30 gennaio. Ma le cinghie degli onorevoli possono stare tranquille, che non è ancora tempo di stringersi.
A cominciare dalle spese per i portaborse: 3.690 euro al mese alla Camera e 4.100 al Senato, corrisposti a forfait per coprire le spese per i propri collaboratori. Come è noto, dopo i numerosi scandali emersi da decine di inchieste e testimonianze, il Parlamento si era impegnato a fare in modo che questi soldi non finissero più (come accade ora) nelle tasche dei parlamentari, che si limitano a girare qualche spicciolo in nero ai propri collaboratori, ma venissero destinati effettivamente alle spese per i collaboratori.
Solo che, devono aver pensato i questori nella riunione di ieri, rinunciare a 4mila euro al mese era davvero un sacrificio troppo elevato. Ed ecco allora che, se il 50% dell’importo dovrà effettivamente essere giustificato, la restante metà rimarrà corrisposta in modo forfettario al parlamentare. “A prescindere”, direbbe Totò.
Niente da fare anche per la cosiddetta “tessera libera di circolazione”. Un privilegio unico in Europa che consente ai parlamentari di viaggiare gratis sempre e dovunque, con qualunque mezzo decidano di utilizzare. La tessera resterà, ma i parlamentari saranno invitati a prendere in considerazione l’ipotesi di utilizzare voli low cost. E sembra di vederli, gli onorevoli viaggiatori, che si danno di gomito e se la ridono di gusto mentre sorseggiano l'aperitivo in business class, domandandosi cosa diavolo sia questo low cost.
Confermata invece (nonostante il ricorso presentato da 18 deputati, indignati per l’onta subita) la cancellazione del vitalizio ed il passaggio al contributivo pro rata a partire da questo mese. Un passaggio peraltro che dovrà estendersi ora anche al personale dipendente di Camera e Senato che, pur essendo formalmente composto da pubblici dipendenti, gode di uno status e prerogative che gli altri statali si sognano.
La busta paga dei parlamentari non supererà i 10.000 euro, promettono solennemente.
Vabbè poi ci sarebbe l’indennità di 5.000 euro, il rimborso di 2.000, la diaria di 3.500.
Però i 4.000 per i portaborse saranno dimezzati. Forse.
Giuseppe De Marco













