Giovedi, 24 Maggio 2012

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Lo spread di cui nessuno parla: le donne italiane guadagnano il 20% meno degli uomini



     

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Lo spread di cui nessuno parla: le donne italiane guadagnano il 20% meno degli uominiVenti per cento. A volte un ritardo culturale e una vergogna sociale si può misurare con un numero solo: 20% appunto. È quanto guadagnano in meno rispetto agli uomini le donne lavoratrici oggi in Italia.

Stesso livello di istruzione, stesso tipo di lavoro, cambia solo la busta paga. 1.379 euro al mese netti in media per un lavoratore maschio; 1.104 per una donna. La differenza, quella che gli anglosassoni chiamano “gender pay gap”, è del 19,9%.

Ed è anche questo uno spread di cui bisognerebbe parlare. Anzi, in una società che voglia definirsi moderna, il punto dovrebbe essere al primo posto nell’agenda politica. Ma siccome in Italia resiste la strisciante tentazione di relegare la donna al ruolo di angelo del focolare, ecco che di questo spread si parla poco, e il più delle volte con malcelata supponenza. Come a dire: vabbè ma infondo è già tanto che ce l’hanno un lavoro no?

E no invece. Perché fino a che la questione delle pari opportunità non verrà affrontata a viso aperto e senza falsi pudori o inutili paternalismi, non solo il nostro mercato del lavoro, ma lo nostra economia tutta e finanche la base stessa del nostro tessuto sociale non sarà mai in equilibrio. C’è da augurarsi che il ministro Fornero, che tra le sue competenze ha anche la delega alle pari opportunità, tenga conto di questi dati in questi giorni di febbrili consultazioni sulla riforma del lavoro.

È mai possibile che il divario salariale tra gli operai maschi e femmine debba essere del 32%? E del 19 e 16% tra gli impiegati e i quadri? E se è vero che ai livelli più alti la differenza si assottiglia al 4%, è anche vero che in quel caso subentra un altro tipo di discriminazione: una barriera all’ingresso ancora talmente imponente che fa sì che le donne alle posizioni di comando, semplicemente, non ci arrivino.

La questione è vecchia come il mondo. C’è dietro un’arretratezza culturale; ci sono le rigidità del mercato del lavoro, aggravate in momenti di crisi come questo. C’è soprattutto la questione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e la politica per le famiglie e i bambini, le cui carenze pesano soprattutto su chi, della famiglia e dei bambini, continua a farsi carico nella stragrande maggioranza dei casi.

Su queste cose è difficile intervenire, si pensa solitamente. Sbagliato. A volte il buon esempio e le leggi giuste possono fare la differenza.
In Norvegia, per esempio, fino ad una decina di anni fa a lasciare il lavoro per dedicarsi alla cura dei figli erano le donne nel 97% dei casi. Poi è stata approvata una legge che riconosce espressamente ai papà un periodo di congedo retribuito per la cura dei figli. E le cose hanno cominciato a cambiare. Il signor Audun Lysbakken, 33 anni, il 29 novembre del 2010 ha lasciato il suo ufficio per 16 settimane per potersi dedicarsi alle cure della figlia Aurora, appena nata. Poco dopo, il suo collega Knut Storberget, 46 anni, ha fatto lo stesso e si è allontanato dal lavoro per 9 settimane per seguire la piccola Ingrid. I due erano, rispettivamente, il Ministro della giustizia e quello della Famiglia del governo norvegese.
Si dirà che la Norvegia è la Norvegia. E allora sarebbe forse il caso di importare un po' di Norvegia anche da noi.


Giuseppe De Marco


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