Giovedi, 24 Maggio 2012

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Intervista al Presidente dei giovani di Confindustria Vicenza, Matteo Cielo



     

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La testimonianza di Matteo Cielo, direttore tecnico della San Matteo Spa, azienda vitivinicola di Altavilla Vicentina. Dall'azienda fino all'associazionismo, la responsabilità sociale degli imprenditori si distingue nella cura per valori come etica, sicurezza sul lavoro, rispetto per le persone e per l'ambiente.


Dove comincia la società?

"Già all'interno del nostro stabilimento: per questo rivolgere ai propri collaboratori piccoli e grandi miglioramenti quotidiani è il primo passo perché il benessere si diffonda alle loro famiglie e poi alla collettività. Una visione apprezzabile, oggi più che mai".

Quando un'azienda ha una lunga storia alle spalle e continua a raccogliere successi, alla base non possono non esserci dei solidi valori. Quali sono quelli di San Matteo?

"Direi soprattutto la ricerca della qualità del prodotto e una spiccata sensibilità sociale, che si declina poi in concetti come l'etica, la sicurezza, il rispetto dell'ambiente, delle persone. Una linea che abbiamo sempre adottato ma che si è ulteriormente rafforzata grazie al confronto con il mercato. Dover giustamente superare i test di controllo operati dai nostri clienti, per esempio, ci ha aiutato ad affinare quella sensibilità che in azienda era già presente".

Un forte impegno che vi ha portato a ottimi risultati, a giudicare dai riconoscimenti.

"Il premio migliore non te lo danno su un palco, lo ricevi tutti i giorni. Ho iniziato a occuparmi della certificazione SA8000 quando nessuna azienda a Vicenza l'aveva ancora ottenuta. L'ho studiata da solo, siamo stati precursori nel settore del vino e io ho scelto di applicarla prima di tutto per soddisfare le persone qui dentro. Perché in un'azienda, non importa di che dimensione, devi impegnarti a fondo per trasmettere e ricevere informazioni e sensazioni. A me questo lavoro dà enormi soddisfazioni, come quando ricevo i curriculum di ragazzi molto qualificati che vogliono venire qui, oppure quando qualcuno va via e poi ritorna perché ci sta bene. La loro soddisfazione misura quanto da noi il rispetto non sia solo una parola".

Fra i temi più sentiti alla San Matteo c'è senz'altro la sicurezza, che lei considera anzi una pietra angolare della responsabilità sociale d'impresa.

"È vero, la sicurezza nel lavoro è forse il settore in cui la mentalità dell'imprenditore può fare davvero la differenza. Perché è inutile fare grandi discorsi e credere di poter salvare tutto il mondo: meglio cominciare dal piccolo, dedicarsi agli aspetti più prossimi e immediati. Se io posso garantire ai miei collaboratori il bene primario della salute e della sicurezza, non se ne avvantaggia solo quella persona, ma le loro famiglie. I lavoratori sono altrettante famiglie, è già un pezzo di società. Qualsiasi altro discorso sull'etica non può partire che da qui".

 E partendo da qui, questo approccio fin dove potrebbe portarci?

"Anche molto lontano, perfino nelle piccole aziende che possono contare solo sulle proprie forze. Da noi la responsabilità sociale d'impresa è nata nel 1997, con un cliente che veniva a valutare come ci comportavamo nel fare il prodotto che loro compravano. Giusto. Abbiamo capito la logica e lo spirito di estendere le verifiche a tutta la filiera dei fornitori. Tant'è vero che noi alcuni li abbiamo eliminati... Applicando concretamente questo criterio, avremmo un mercato fatto di aziende più rispettose, ambiente più pulito, consumatori più garantiti".

Tornando alla sicurezza, che cosa comporta per l'organizzazione del lavoro, e quali sono i possibili sviluppi sul piano della responsabilità sociale d'impresa?

"Per un'azienda sicurezza significa innanzitutto fare prevenzione, e poi abituarsi a contare solo sulle proprie forze, perché le istituzioni deputate ai controlli non hanno il personale sufficiente per le verifiche costanti che servirebbero. Dopo un accertamento dello Spisal, ad esempio, passerebbero vent'anni prima di un'altra visita. Entrando nell'ordine di idee che si può e si deve fare da soli, invece, non c'è limite al miglioramento. Noi abbiamo installato un defibrillatore in azienda e formato i lavoratori, così potremmo intervenire in caso di bisogno. E non basta: in Confidustria abbiamo mappato i defibrillatori nelle aziende ed è emersa una rete fittissima: se includessimo tutti quelli del territorio, delle altre associazioni di categoria, rendendo visibile la mappa integrata, avremmo reso un servizio alla comunità a costo zero".

Un altro argomento forte è la tutela dell'ambiente.

"Lo definirei quasi un elemento "automatico" nel quadro della responsabilità sociale per una azienda che sia consapevole del proprio ruolo. Mi spiego: quando rispetti la natura è tutta la società che stai rispettando: preoccupandoti di non inquinare terra, aria e acqua, hai cura dell'ambiente di oggi ma anche di quello di domani, e non c'è alcun compito più sociale di questo. La certificazione SA8000 unita a quella ambientale ottenuta da San Matteo prevede che si debba anche rispettare l'ambiente: un risultato raggiunto sia certificando il processo che con costanti controlli antinquinamento e con l'adesione a una serie di normative".

E nei confronti di un concetto più generale di etica, come opera l'azienda? E qual è il suo approccio come imprenditore?

"Tutte le volte che ho partecipato a un'indagine su questo tema mi hanno sempre chiesto di misurare costi e benefici degli interventi fatti all'interno dell'impresa, ma in questo campo una verifica concreta non mi sembra sia possibile. Come valuto i vantaggi? Forse i lavoratori producono meglio se vivono bene? Se una persona non è contenta e lascia l'azienda, per sostituirla potrebbero volerci un mese o tre anni... Quindi non c'è un indicatore dei costi, e seppure creda che rispettare i lavoratori sia un beneficio, non posso dire di quanto. Alla base c'è la sicurezza sul lavoro, perché occorre garantire l'integrità fisica della persona: solo partendo da qui la responsabilità sociale diventa un elemento concreto".

Dal particolare al plurale: è un metodo che applica anche come presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Vicenza?

"Sì, è un atteggiamento che secondo me dà buoni frutti. Prendiamo education e formazione, due tra i temi portanti del nostro impegno associativo. Invece di fare tutto al nostro interno o di dialogare di più ...con le scuole che con gli studenti, cerchiamo di coinvolgere questi ultimi direttamente, non solo a parole. Ad esempio i protagonisti della nostra ultima festa di Natale sono stati i ragazzi della scuola alberghiera del San Gaetano di Vicenza, che ci hanno portato in tavola i loro piatti insieme al loro entusiasmo. In tutte le nostre iniziative ci proponiamo di andare oltre l'ovvio, come quando a un convegno abbiamo chiamato una studentessa di una scuola per interpreti al posto di un professionista. Oppure provando a parlare ai giovani con gli strumenti che sono più vicini a loro, con la più moderna tecnologia delle comunicazioni: ad esempio quando li chiamiamo nei gruppi di lavoro sui social network. Il coinvolgimento diretto secondo noi è quello che dà sempre i risultati migliori".

Vale anche per la responsabilità sociale delle aziende nel loro complesso?

"Questo è un altro tema al quale Confindustria Vicenza tiene molto: il presidente dei Giovani ha la delega dei senior in questo ambito, e io ho stretto da subito un'alleanza con il delegato alla sicurezza del lavoro perché sono temi molto vicini tra loro, che vanno comunicati bene. Le norme sono tante e non sempre vengono rispettate, ci sono troppe vittime e questo non è accettabile: bisogna fare di più, premiare le aziende che vanno oltre il minimo di legge. Se ad esempio le imprese non si certificano – è una scelta, non chiediamo che lo facciano, visto che ci sono già abbastanza obblighi –, che almeno seguano le buone pratiche in uso..."

Per finire, la nuova imprenditorialità. Come si fa a far nascere più imprese?

"I giovani vogliono solo opportunità per realizzare le loro idee. Ci sono i ragazzi delle scuole e i giovani imprenditori in fase di start up che chiedono di avere una possibilità. L'inventore e imprenditore vicentino Federico Faggin ci ha chiarito che a differenza della Silicon Valley, qui da noi mancano gli investitori e i ragazzi sono costretti ad andare via, mentre all'estero si trovano a confronto con un territorio disposto a investire sui giovani e con un ambiente multiculturale che fa sbocciare le idee. Noi dovremmo cercare di creare le stesse condizioni già sperimentate in Silicon Valley".

Che consiglio darebbe ai giovani che nonostante tutto ci vogliono provare?

"Come suggerisce Faggin, trovare un'azienda che investa con loro, farsi sostenere dai grandi gruppi per una start up, perché da noi mancano i venture capital presenti all'estero. A ben guardare ci sono però anche delle buone opportunità: spesso è la crisi che obbliga ad andare all'estero, si è costretti a fare reti reali invece di parlarne e basta, a creare strategie per unirsi davvero. Di qui le varie formule di collaborazione, dalle joint venture all'unione tecnica, lo studio delle risorse, la formazione necessaria. Dobbiamo capire quali saranno i nuovi bisogni degli imprenditori nel prossimo futuro: perciò ho chiesto in un questionario l'opinione degli associati, per condividere le scelte delle attività del gruppo, siano esse formative, le missioni all'estero, le visite aziendali... così da dare voce a tutti e operare delle scelte partecipate".

a cura di Stefano Tenedini per "OpenUp Informa"


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