Atene senza pace. Questa parola è completamente estraneo al vocabolario della Grecia e dei greci. Il 13 febbraio è una data importantissima: una settimana di tempo hanno Atene e il suo governo per rimborsare i 14,5 miliardi di euro, cifra componente i titoli di debito pubblico, in scadenza nel mese di marzo.
Lucas Papademos ha convocato George Papandreou, Antonis Samaras e George Karatzaferis, rispettivamente leader del partito socialista, Nuova Democrazia e Laos. Tavolo di confronto e discussione per presentare al parlamento un piano di salvataggio. Il tempo stringe, il paese è pessimista, l’incubo default molti lo sentono vicino. Atene vorrebbe avviare questo piano di salvataggio, in cambio però di 130 miliardi di euro in aiuti, ma il paese ellenico di sostentamento né ha avuto fin troppo, a cominciare dai 110 miliardi di euro che Troika gli ha dato nel mese di maggio 2010. La stessa Troika sta imponendo ad Atene un nuovo dictat, composto di un abbattimento delle spese e un piano di liberalizzazioni.
Tagli, tagli e solo tagli, a cominciare dagli stipendi minimi, dalle tredicesime dei dipendenti del settore privato fino anche ai prepensionamenti. Sul tavolo e al vaglio degli esperti, vi sono circa ben 150mila proposte per mandare in pensione anticipata svariati lavoratori. Tutti questi tagli richiesti corrisponderebbero a circa l’1% del Pil, caratterizzante i bilanci pubblici. Un’operazione drammatica, soprattutto per chi ancora lavora che potrebbe vedersi ulteriormente ridotto lo stipendio. Il piano salva-Grecia è entrato nel clou della situazione; fra una settimana l’ardua sentenza, una sentenza che potrebbe fare molto male al popolo greco.
Marco Chinicò














