Se c’è un dato che dà il senso maggiore del divario che ci separa dal resto del mondo civile in tema di occupazione, è quello che riguarda i canali di accesso al lavoro.
La cruciale funzione di intermediazione tra domanda e offerta è stata negli ultimi anni quasi completamente liberalizzata; sono state semplificate le procedure per l’autorizzazione ad esercitarla; ci sono oltre 3 milioni di aspiranti lavoratori iscritti nei 539 Centri per l’impiego italiani (gestiti da Regioni e Province) e quasi tutti si dicono disponibili a lavorare immediatamente. Eppure, nonostante tutto, secondo gli ultimi dati Isfol-Plus pubblicati oggi sul Sole24Ore e relativi al 2010, appena 3 persone su 100 vengono collocate attraverso questo canale. E si tratta nella maggior parte dei casi di lavoratori appartenenti alle cosiddette categorie protette.
Non va meglio rivolgendosi alle società di lavoro interinale, alle società di ricerca e selezione del personale, a Scuole o Università oppure ai Sindacati e associazioni datoriali. Insieme riescono a garantire appena il 7% del collocamento totale.
Per il resto, continua a prevalere in Italia quel canale “informale” fatto di amicizie, segnalazioni, aiuto di parenti e amici - in una parola: raccomandazioni - che riescono a garantire l’approdo nel mondo del lavoro in più del 30% dei casi. Significa in sostanza che una buona fetta del lavoro oggi viene sottratta al libero mercato della domanda e offerta, per essere appaltata in forme poco trasparenti.
Pesa sul fallimentare bilancio anche la stretta sui concorsi pubblici, che a seguito dei reiterati blocchi del turn over, hanno visto sensibilmente ridotta la loro capacità di far affluire nuove forze lavoro nel sistema amministrativo. Fino al 1997, la pubblica amministrazione garantiva un impiego a più del 30% degli aspiranti occupati. Oggi questa percentuale si è ridotta al 18%.
In aumento anche i tempi di ri-collocamento per chi si ritrova a cercare una nuova occupazione. Si va da una media di 5,3 mesi per un impiegato ai 5,8 di un quadro, fino ai 6 mesi di attesa per un dirigente. Quasi sempre poi, bisogna accontentarsi di una retribuzione inferiore.
Naturalmente le cose si complicano ulteriormente in proporzione all’età del candidato. Le speranze di un under 30 si affievoliscono di molto alle soglie dei 40 e scompaiono quasi del tutto intorno ai 50 anni.
Giuseppe De Marco














