È durato 24 ore appena il sogno di una nuova Google tutta italiana. Volunia, il motore di ricerca lanciato dal matematico padovano che ha inventato l’algoritmo poi utilizzato dai fondatori di Google, prometteva mirabilie. “Una rivoluzione”, aveva assicurato Massimo Marchiori. Che, con un eccesso di spavalderia di cui ora forse si sarà pentito, aveva aggiunto: “Se Google è un'auto da 120 cavalli, io non ne propongo una da 130, propongo un elicottero”.
E l’idea, in effetti, sembrava vincente. Si trattava in sostanza di unire le caratteristiche dei motori di ricerca tradizionali con funzionalità di tipo “social”, che rendessero la ricerca un’esperienza globale, interattiva e al passo con il web 2.0, 3.0 o qualunque altra cosa ci riserverà l’immediato futuro.
Ma il sogno, appunto, si è infranto quasi subito. Già durante l’anteprima mondiale lo scorso 6 febbraio presso l’Università di Padova si è intuito che l’avveniristico mondo di Jobs & co era lontano anni luce. In un settore abituato alle scintillanti presentazioni hi-tech d’oltreoceano, la cerimonia ampollosa e barocca andata in scena nel prestigioso ateneo deve essere sembrata una sceneggiata provinciale, altro che lancio mondiale.
Per giunta, un guasto al proiettore (pare addirittura che avessero semplicemente dimenticato di accenderlo) ha reso praticamente impossibile qualunque presentazione degna di questo nome. E in ogni caso, dai risultati dei primi “early testers” che hanno sperimentato la versione beta del prodotto, è emerso un quadro largamente scoraggiante.
Grafica per nulla accattivante, interfaccia caotica e poco funzionale, affidabilità dei risultati scarsa o nulla, funzioni social tutte da verificare.
Marchiori si è difeso sostenendo che la versione presentata è ancora in fase sperimentale; che le pagine web indicizzate sono appena l’1% del totale; che con gli opportuni investimenti la piattaforma può crescere e migliorare.
Ma sembra già troppo tardi. “Epic fail”, fallimento epocale: ha sentenziato il popolo del web e i commentatori, italiani in testa.
Tutti a dar giù al povero Marchiori, reo di aver provato a sfidare i colossi del web armato di un temperino e colpevole di aver coperto di ridicolo l’Italia. E siccome noi italiani siamo bravissimi ad autopunirci quasi quanto lo siamo ad autoincensarci, ecco che sta andando in scena lo sport nazionale dell’autocommiserazione e del disfattismo. Come a dire: e figurati se una cosa tutta italiana poteva riuscire bene.
Eppure, al netto delle tante difficoltà e di qualche imperdonabile errore (forse sarebbe stato meglio aspettare un altro po’ piuttosto che dare in pasto ai media un prodotto ancora così acerbo), resta il fatto che un seme è stato lanciato. E si tratta di un passo importante. Anche, soprattutto, perché viene da un lavoro di ricerca durato anni e svolto interamente in Italia. Un lavoro guidato da un uomo che avrebbe facilmente potuto arricchirsi nella Silicon Valley e invece ha scelto di restare qui, a fare ricerca per duemila euro al mese.
L’innovazione quasi mai procede per balzi improvvisi. Anche quando sembra il contrario, dietro ogni nuova scoperta c’è sempre il lavoro di tanti che, passo dopo passo, hanno contribuito a raggiungere il risultato. Forse Volunia non arriverà mai ad essere un concorrente di Google. Ma alcune soluzioni e idee che ne sono la base potrebbero un domani entrare a far parte di un progetto più ampio. E ancora una volta, come già fu per Google, il web di domani potrebbe passare, anche, per l’Italia.
Forse il nostro futuro merita un briciolo di attenzione in più.
Giuseppe De Marco













