
Uccisa perché vestiva troppo occidentale: quando l’apparire predomina sull’essere
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- Creato Lunedì, 28 Maggio 2012 15:45
- di Redazione CorriereInformazione
- Categoria: Cronaca
Alzarsi la mattina e indossare un abito per andare a lavoro, incontrare degli amici o andare a svolgere delle commissioni, spesso, è svolto come un comportamento routinario con poca importanza. La ricerca dell’abbigliamento adatto all’occasione, per gli individui, è
riservato a particolari occasioni.
Non sempre, però, l’iter si svolge alla stessa maniera e per molte donne, estrapolate dal loro contesto originario e reintegrate in un luogo nel quale la cultura popolare differisce da quella familiare, alzarsi e vestirsi la mattina è un compito molto arduo.
Dalla creazione dell’uomo la storia ha sempre confermato la presenza degli abiti che svolgevano la funzione di ripararsi dal freddo e coprire per pudore le parti intime; col passare dei secoli si è aggiunta anche un’altra caratteristica, vale a dire quella estetica.
Se il virtuosismo della moda e la sua variabilità sono delle costanti in tutto il mondo e in tutte le culture, lo stesso non può dirsi in merito al pudore e alla moralità ad essa connessa.
Le donne occidentali, spinte da una cultura più liberista e da stilisti molto più arditi, osano scoprendo il loro corpo, riadattando indumenti nati come prettamente maschili (i pantaloni in primis) e attirando l’attenzione con aderenze, scollature e trasparenze.
Europa e America, dunque, parlano la stessa “lingua” e interpretano l’abito con la stessa semiotica del linguaggio ma lo stesso non può dirsi per quanto riguarda parte dell’Asia (India in particolare) e dell’Africa (musulmana e araba). In quelle culture, infatti, la donna deve coprire, quasi nascondere, le proprie forme e cercare di non “svegliare la libido” degli uomini. Ciò non implica la totale assenza della moda ma, semplicemente, che esiste uno stile vestimentario differente e che gli stilisti vestono il corpo invece che scoprirlo. La bellezza e il fascino, infatti, non si calcola sulla percentuale di pelle che rimane scoperta ma dalla grazia che possiede l’essere femminile.
Il vero problema, però, nasce quando una donna si “ribella” alla cultura di appartenenza per abbracciare un altro stile vestimentario e l’uomo “di famiglia” (sia esso il padre, il fratello o il marito) rimane ancorato alle proprie tradizioni.
Per l’ennesima volta noi media siamo costretti a battere la notizia di una strage, di un caso di violenza domestica, un caso in cui una donna muore per mano del suo compagno.
Kaur Balwinde (27 anni), questo è il nome della donna indiana che lo scorso 15 maggio era scomparsa da Fiorenzuola, questo è il nome del corpo ritrovato senza vita. A confessare l’omicidio plurimo (la giovane era incinta di 3 mesi) è stato il marito durante un interrogatorio con la Procura di Piacenza.
La motivazione che ha spinto Singhj Kulbir (37 anni, stalliere) a gettare nel Po la madre dei suoi figli (oltre a quello in grembo i due avevano un figlio di 5 anni) è stata chiara e senza alcun rimorso: “Vestiva troppo occidentale”.
Un’affermazione che nel 2012 mette ancora i brividi, una dichiarazione che, nella società globale, non dovrebbe più esistere, una motivazione che rende, ancora una volta, valido il detto: “l’apparire predomina sull’essere”.
E così, una composta e seria donna indiana per il desiderio di apparire simile a quelli che ormai riconosceva come suoi concittadini, gli italiani, è stata “punita” e gettata nel fiume per essere ritrovata ieri da due giovani sulle sponde di San Nazzaro frazione del Comune di Monticelli D'Ongina, in provincia di Piacenza.
Marcella Sardo
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