
Rita Atria, la ragazza ribelle che sfidò la mafia
- Dettagli
- Creato Venerdì, 27 Luglio 2012 13:06
- di Gaia Gerbino
- Categoria: Attualità
Nelle ore in cui infiamma la polemica per l’apertura del fascicolo del Csm contro il Procuratore Generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato, dopo che questi ha denunciato in una lettera ideale a Paolo Borsellino la diffusa connivenza tra istituzioni e mafia, sono molti ha ricordare un’altra vittima della mafia e della debolezza dello Stato nel combattere il fenomeno: Rita Atria.
Rita è morta suicida solo dopo una settimana dopo la strage di Via D’Amelio a Palermo, lanciandosi nel vuoto dal settimo piano del palazzo al civico 23 di via Amelia (stranissima l’assonanza dei nomi delle due vie dove Paolo Borsellino veniva ucciso, e dove Rita ha deciso di togliersi la vita ) a Roma, dove era stata trasferita sotto falsa identità come testimone di giustizia. La morte di Rita però non è da considerarsi come un vero e proprio suicidio, essendo ii crudele effetto della solitudine e del sentimento di impotenza che affligge chi, sfidando il sistema (quello mafioso si intende, e a volte non solo), sceglie di rompere il silenzio.
Rita non aveva neanche 18 anni quando decise di suicidarsi quel triste 26 luglio 1992 e sulle spalle un fardello troppo pesante da sopportare da sola, dopo che il Procuratore Capo di Marsala, Paolo Borsellino l’unico di cui Rita si fidava e al quale aveva raccontato i segreti della sua famiglia appartenente alla cosca mafiosa di Partanna, era stato barbaramente ucciso.
Rita è una vittima della mafia, e del sistema che come un trita carne distrugge tutto ciò che si interpone. Aveva solo 11 anni quando davanti ai suoi occhi fu ucciso suo padre Vito, affiliato a Cosa Nostra. E mentre suo fratello Nicola decise in quel momento che avrebbe lavato con il sangue la vendetta, diventando una nuova promessa della cosca; lei in silenzio scelse di interrompere la catena di morti rituale dell’ambiente.
Il fratello Nicola riuscì ad avere molti dettagli sulle gerarchie mafiose del Trapanese, i mandanti dell’assassinio del padre, gli interessi economici dietro la lotta tra le cosche e le morti che ne derivarono, condividendoli con la sorella.
Ma nel 1991 anche Nicola venne ucciso, e sua moglie decise di collaborare con la giustizia, facendo dunque da apripista per quella che poi sarebbe stata la scelta di Rita. La ragazza si trovò sola e disperata, divisa tra la voglia di giustizia e stereotipi odiosi e difficili da estirpare. E così il passo fu breve, e Rita scelse il sorriso paterno di Paolo Borsellino che affettuosamente la chiamava “’a picciridda” la bambina, per rivelarei segreti di Cosa Nostra e scrollarsi dosso il puzzo di morte che la mafia porta con sé.
Ma il tempo a loro disposizione è stato veramente poco , e il loro sacrificio a distanza di vent’anni per certi aspetti, vano.
Gaia Gerbino
NEWSLETTER
LETTERE AL DIRETTORE

IL BLOG DELLE OPINIONI















